Tiziano Mannoni, archeologo, docente nella Facoltà di Architettura dell’Università di Genova e in altri atenei. In Italia è uno dei fondatori dell’archeologia medievale, dell’archeometria, dell’archeologia della produzione, dell’archeologia urbana e dell’architettura che, dagli anni settanta, sviluppano la cultura materiale aggiornando l’archeologia classica con nuovi punti di vista anche storici e sociali già emersi in Francia nella École des Annales. Una cultura che sarà alla base dell’area più avanzata della conservazione e del restauro. Fondatore del Laboratorio di mineralogia applicata all’archeologia, del Laboratorio di archeologia dell’architettura, del Centro ligure per la storia della ceramica che dal 1976 è l’Istituto di storia della cultura materiale (ISCuM). Direttore di vari periodici come il Notiziario di archeologia medievale; Studi e ricerche. Cultura e territorio. e la rivista Archeologia medievale della quale è uno dei fondatori. Presidente della Società degli archeologi medievisti italiani (SAMI). Consulente delle Conferenze internazionali sulla Conservazione e il Restauro.
Citiamo un brano di Enzo D’Angelo del 2010, in occasione della scomparsa di Mannoni, dal sito conferenzaconservazione.it e dalla rivista Echos nel cui Comitato scientifico Mannoni è presente:
“Da vari decenni la presenza di Mannoni è una delle più significative nel dibattito sulle aree tematiche delle quali è stato noto studioso, con le numerose pubblicazioni, nei convegni e nelle Conferenze internazionali sulla Conservazione e il Restauro. Mannoni è un archeologo eminente ma è anche un architetto umanista, a prescindere dalla sua laurea honoris causa, come lo era Carlo Scarpa anche prima di quel riconoscimento. E’ un progettista perché fonda una nuova polis in varie scale, una comunità di parlanti che relaziona in modo ulteriore, con una nuova storia, partendo dai reperti e proponendo strumenti orientati al progetto di conservazione. Nel mutare delle verità e delle interpretazioni lui afferma le prerogative del reperto ma contestualizzandolo continuamente nelle scale, nelle vicende, tra gli attori storici e contemporanei. Mannoni è metodico ma si libera, e ce lo dimostra, dal dogmatismo dei metodi. Si muove senza frontiere con la flessibilità del pensiero asistematico che si confronta con filosofie diverse e tende alla continua organizzazione del metodo, alla definizione di sistemi, mosso da quella che, con apparente semplicità, lui definisce ‘curiosità’ che però ha ascendenze colte, per esempio in quella “Filosofia del sospetto” che Paul Ricoeur così definisce, mutuando da una frase di Nietzsche in “Umano, troppo umano” per riunirci lo stesso Nietzsche con Marx e Freud. Ma tra i sospettosi asistematici si potrebbero includere altri come Voltaire, Schopenhauer e perfino Pirandello perché Mannoni, non avendo potuto impedire la demolizione del porto antico di Genova, trasmette l’indignazione cimentandosi anche con il testo teatrale. Con i suoi ponti parlanti scomparsi dal porto di Genova, nel “Fantasma della Ripa” visita anche l’area del teatro politico da Aristofane, però scansandone la nostalgia reazionaria, al Brecht dei drammi didattici senza pubblico, forse perché scrive per non essere rappresentato, come il Karl Kraus degli “Ultimi giorni dell’umanità” con le voci delle vittime. A Mannoni manca la hybris che meteorizza le cattedre, una mancanza che innerva la sua disinvolta ricerca. Così lui lascia impronte con una sobrietà che lo porta all’essenza di ogni tema fino a un munifico passare la mano ai giovani studiosi, come se li avesse anticipati per caso. Non potrebbe essere un retore accademico che convince ma è qualcuno che dimostra dal reperto al metodo, dai metodi alle verità, dal transitare delle verità alle relazioni tra i parlanti di un’epoca. Ascoltandolo se ne diventa allievi quasi inavvertitamente, tale è il risultato dell’apparente semplicità del maestro, sia nelle conversazioni private, sia negli interventi in pubblico. La sua archeologia globale, già dagli anni settanta, è un processo in crescita permanente, raggiunge la conservazione ben oltre il restauro con un èthos non più circoscritto a postulati limitanti, alla esclusività di un metodo, alle periodizzazioni prevalenti o agli aspetti estetici, ma aperto alla responsabilità di conoscere senza escludere a priori e di tramandare in un dialogo aperto tra fabbrica, insediamento, territorio e le generazioni degli interpreti. Una globalità che, ad un certo punto, si riconosce nell’antropologia perché, infine, l’umanista non poteva non giungere direttamente all’uomo. Però Mannoni, che è anche dottore naturalista, credo che in realtà il punto di vista antropologico non lo abbia mai ignorato, prescindendo dalla conclamazione. Anzi, sarebbe stato strano se questa fase matura non si fosse mostrata dato che lui non smette di fare il punto della propria posizione, mirando ad astri vaganti, per curiosità più che per incertezza. Ma è che, per alcuni, dubitare e cercare sembra essere una tentazione inevitabile che li distingue e li individua, ed è quindi un destino come poi pure, di essi, il ricordo. Ciao Tiziano.”