LetteradiSergioPrati.a.EnzoD'Angelo
Enzo.D'Angelo,a.Sergio.Prati
Il mio disincanto, che ancora una volta vedi beffardo, è anche la sfiducia storica di chi, rassegnato, guarda scorrere eventi che si ripetono, irreversibili, senza pausa o senza punteggiatura come nel greco antico, per poter ritornare nello stesso fiume di sempre eracliteo.
Non saprei cosa ci sia di non chiaro. La mia è una perplessità palese e per niente labirintica come, ad esempio, quella di Borges nella Biblioteca di Babele, Si parva licet componere magnis. Hai capito sempre tutto il mio agire, anche quello teatrale e più criptico
e, puntualmente, ne hai fornito lucidissime interpretazioni.
Anzi, per usufruire ancora dell’ ‘oscuro’ Eraclito ormai desto, se l’anima fosse quel ragionare che alimenta se stesso, un’anticipazione della coscienza cristiana in cui siamo cresciuti, come potremmo trovare rifugio tra i dormienti? Dove esporre la perplessità o il disappunto? Dibatterne solo tra amici? Non uscire dal ‘bozzolo dei dormienti’ dal quale pure tu esci anche con queste due lettere?
Gli autori classici e mitteleuropei, che abbiamo condiviso, non erano riservati nè teneri come non lo era Danilo Dolci (che citi nella lettera a Luzi) in quella conferenza in cui lo conobbi, nel 1982 a Vancouver.
Ti penso spesso, con il dono della tua acuta stima e con la tua voce rimasta sempre giovane nel tono e nell’entusiasmo, invero beffarda con la fugacità del tempo mai devoto.
E mi manchi.
Tuo, Enzo D’Angelo
Da sinistra, Sergio.Prati lo scrittore.Alfonso.Sastre Enzo.D'Angelo